Che cosa può insegnarci una guerra tra scimpanzé sulle radici del conflitto umano? A partire dallo studio pubblicato su Science, Elisabetta Visalberghi — tra le maggiori esperte internazionali di comportamento dei primati — ci guida dentro la scissione della comunità di scimpanzé osservata in Uganda, e ci aiuta nella riflessione sui concetti di competizione, coesione sociale e origini della violenza, mostrando come i primati possano offrire utili chiavi di lettura per capire anche le fragilità delle società umane.
DI: ELISABETTA VISALBERGHI

Jean Jacques Rousseau, il famoso filosofo francese, riteneva che – tendenzialmente — l’uomo fosse pacifico e cooperativo e che fattori esterni, come la proprietà, il possesso e tutta una serie di istituzioni tipiche della nostra società corrompessero questa predisposizione. Che la guerra sia o meno un’invenzione dell’uomo è ancora un problema aperto, cui si continua a cercare risposte anche sulla base di dati provenienti da discipline quali l’archeologia, l’etnografia e lo studio del comportamento animale, soprattutto delle specie più vicine a noi.
Pertanto non stupisce che l’articolo apparso su Science poche settimane fa abbia creato un certo scalpore. Aaron Sandel, del Dipartimento di Antropologia dell’Università di Austin (Texas, Stati Uniti), descrive il cambiamento nella struttura di un gruppo di scimpanzé prima, durante e dopo la separazione in due gruppi. L’articolo è frutto di 30 anni di monitoraggio sistematico dei rapporti sociali all’interno della comunità di scimpanzé di Ngogo (Uganda) condotto da 31 ricercatori (e da decine di assistenti di campo e studenti che hanno contribuito alla raccolta dati) sotto la guida di John Mitani del Dipartimento di Antropologia dell’Università di Ann Arbor (Michigan, Stati Uniti).
Aaron Sandel e collaboratori descrivono una fase iniziale in cui il gruppo di scimpanzé di Ngogo è coeso e tutti interagiscono con tutti in modo più o meno intenso; il numero di individui che ne fanno parte passa da 118 nel 1998 a 201 nel 2017, anno in cui la divisione in due gruppi si è delineata. Intorno al 2015 il gruppo inizia a sfaldarsi e a polarizzarsi sino a quando nel 2018 si separa in due gruppi distinti i cui individui non si frequentano più e si comportano in maniera sempre più aggressiva gli uni verso gli altri. A questo punto, quelli che un tempo erano gli spazi in cui tutti potevano andare, incontrarsi e socializzare diventano aree di confine da tenere sotto controllo. L’analisi del DNA ha dimostrato che questi cambiamenti hanno determinato l’isolamento riproduttivo dei due gruppi. Nel 2018 i gruppi, definitivamente separati sia socialmente sia spazialmente, sono costituiti da 10 maschi e 22 femmine di età superiore ai 12 anni (gruppo West) e da 30 maschi e 39 femmine (gruppo Central). Il secondo risulta quindi ben più numeroso del primo.
E’ a questo punto che iniziano le aggressioni letali. Dalla separazione nel 2018 in poi, il gruppo West attacca il gruppo Central ben 24 volte uccidendo 7 maschi adulti e 17 piccoli. Gli attacchi sono preceduti da perlustrazioni nelle aree di confine e nel territorio dell’altro gruppo. E’ importante ribadire che a scontrarsi e ad uccidersi sono individui che si conoscevano bene e che sino a pochi anni prima avevano condiviso lo stesso territorio e che avevano avuto buone relazioni sociali amichevoli.
Sebbene in natura gli scimpanzè siano stati studiati in molti siti differenti e per lunghi periodi nello stesso luogo (ad esempio a Gombe per più di 60 anni!) in due casi soltanto si è assistito alla scissione di un gruppo; si stima che in un gruppo un evento di questo tipo possa verificarsi ogni 500 anni! Jane Goodall era stata testimone del primo, avvenuto a Gombe nella comunità di Kasekela circa 50 anni fa. In questo caso, adulti e giovani di ambo i sessi formarono un nuovo gruppo che divenne poi oggetto di numerosi attacchi fatali da parte dei vecchi compagni. A quel tempo, le metodologie di studio erano molto meno elaborate di quelle odierne e non permisero di capire la dinamica del fenomeno. Al contrario, gli eventi osservati a Ngogo riguardano una popolazione osservata nei minimi dettagli per decine di anni con tecniche più moderne e standardizzate, che hanno prodotto una ricchissima banca-dati. Le sofisticate analisi statistiche dei dati raccolti durante 30 anni prima, durante e dopo la separazione in due gruppi, hanno permesso di individuare i fattori che possono averla prodotta e che hanno contribuito ai successivi scontri mortali.
Al momento della scissione il gruppo era molto numeroso (più di 200 individui con oltre 30 maschi adulti); in questa condizione aumenta la competizione per le risorse (spazio, cibo, partner sessuali) e i rapporti sociali diventano meno frequenti e coesivi. Inoltre, poco prima della scissione, sei individui adulti erano morti (forse per malattia) e un maschio alfa aveva perso il suo status; entrambi questi eventi avevano scardinato la rete sociale dell’intero gruppo.
I media hanno abbondantemente parlato di questa ricerca; a volte sono stati usati termini esagerati come guerra civile e sono stati fatti paralleli arditi tra il comportamento degli scimpanzé e quello umano. Viviamo un momento di grande instabilità mondiale in cui guerre e massacri sono all’ordine del giorno ed è comprensibile che ci sia interesse per le aggressioni altrui. E’ fondamentale capire come i conflitti si possano generare, appianare o, ancor meglio, evitare in specie geneticamente vicine a noi. Tuttavia, occorre cautela per non incappare in facili generalizzazioni.
Da questo studio abbiamo imparato che l’aumento del numero di individui all’interno di un gruppo genera instabilità che può portare alla scissione del gruppo. Naturalmente, ciò può avvenire solo se vi sono ulteriori spazi e risorse da sfruttare. Ma quanto spesso l’uomo si trova in questa condizione fortunata e non piuttosto in una situazione dove le risorse primarie sono limitate? Ne consegue che l’aumento della popolazione e la scarsità delle risorse sono i problemi più urgenti da risolvere. E che non ha senso affrontare il secondo senza una seria politica delle nascite.
Inoltre, abbiamo visto che nella specie che più ci somiglia, individui che hanno vissuto insieme per tanti anni e che non hanno culture, religioni o ideologie politiche differenti, possono separarsi in gruppi distinti e maturare una tale avversione reciproca da aggredirsi e uccidersi. Sandel e collaboratori ritengono che quando si vive nello stesso gruppo, sia proprio lo stare spesso insieme e i frequenti scambi sociali, con i relativi piccoli gesti quotidiani di riconciliazione e di avvicinamento dopo leggere tensioni, a creare la trama di opportunità che permette agli individui di mantenere rapporti pacifici. Se poi il gruppo si scinde, fra gli individui di gruppi diversi la socialità positiva non viene più esercitata e i rapporti possono degenerare. Se qualcosa possiamo imparare, è che noi dovremmo investire nello stare insieme e nello smussare i piccoli contrasti per evitare che diventino ingestibili con le nostre forze. Dovremmo educare alla convivenza e alla pace, piuttosto che lasciare gli esseri umani liberi di dar sfogo alla loro violenza. Addestrarli poi ad esprimerla in maniera organizzata è il peggio che si possa fare.

















