Siamo lieti di diffondere un bellissimo articolo sulla nostra Jane Goodall, scritto da Caterina Capanna e Giada Quaglia, due nostre giovani volontarie, in occasione del compleanno di Jane. L’articolo è stato pubblicato sulla rivista di giovani dell’Università di Padova ”La Spremuta”.

“Solo dalla conoscenza nasce l'interesse e solo l'interesse spinge ad aiutare", a parlare è Jane Goodall, etologa e attivista leggendaria nota al mondo per i suoi studi sugli scimpanzé e il suo impegno ambientalista e umanitario.

Young researcher Jane Goodall in Gombe Stream Reserve
Goodall muove i suoi primi passi nel campo della primatologia all’inizio degli anni ‘60, un campo al tempo precluso al genere femminile ma destinato ad essere rivoluzionato dai suoi studi. Era il 14 luglio 1960 quando arrivò nella foresta di Gombe in Tanzania, in quella che sarebbe poi diventata Parco Nazionale di Gombe Stream, su invito del paleoantropologo Louis Leakey. Lo scopo del progetto? Condurre studi pionieristici sul comportamento degli scimpanzé.
Ciò che inizialmente era nato come una passione che la animava fin da piccola, sarebbe invece diventato il fulcro della sua ricerca e il fondamento per la realizzazione di progetti dal respiro internazionale.
Il motore di questi progetti si muoveva su due piani paralleli: da un lato l’empatia e l’amore incondizionati per il mondo naturale in ogni sua forma, dall'altro la consapevolezza della necessità di un intervento attivo.
Ma intorno a quali punti cardinali orientare la propria azione? Per Goodall la risposta è una: non si può agire sul piano ecologico, dunque sull'ambiente, senza dedicarsi a tutti i suoi abitanti, esseri umani compresi. Ai suoi occhi essere umano, animali e ambiente non rappresentano categorie di discontinuità. Si tratta dunque di rimettere in discussione i rapporti insiemistici tra noi e la natura. Nell’esatto istante in cui ci si pone su un piano distinto rispetto a tutte le cose di natura si commette un grande errore, in quanto la nostra specie non costituisce un insieme a parte e nemmeno un unico sottoinsieme del tutto, bensì uno dei tantissimi specifici sottoinsiemi delle cose di natura.

Jane, R&S, Roots & Shoots, tree planting
Jane Goodall with Roots & Shoots members at Environmental Charter School in Los Angeles
Da questi presupposti nasce il Jane Goodall Institute, fondato sui pilastri di conservazione, divulgazione e sviluppo globale, e costruito attraverso una rete di programmi come Roots & Shoots, che ha come protagonisti giovani di tutto il mondo, o l’approccio integrato TACARE, incentrato sullo sviluppo socioeconomico delle comunità che abitano vicino al Parco Nazionale. Al centro della conservazione ambientale ci sono ascolto, comprensione e azione, ma soprattutto un approccio integrativo, di continuo dialogo tra le sue parti costitutive.
L'obiettivo non è la scoperta scientifica, ma l'accessibilità e la divulgazione della scienza stessa, in modo da permettere anche a chi non sia uno specialista di avvicinarvisi, così come è stato per lei. Poiché il mondo naturale è un insieme di cui noi essere umani siamo parte integrante, conoscerlo è indispensabile.

Photo taken at the Houston Zoo by photographer Paul Swen.
Gli studi di Goodall sugli scimpanzé ne sono la concreta dimostrazione. L’etologa nella riserva nel Parco Nazionale di Gombe apprende che tutto è interconnesso, l’habitat e le specie che lo abitano. È il crollo di ogni visione antropocentrica: “Ogni scimpanzé ha una personalità unica e ciascuno/a ha la propria storia individuale. Certamente non siamo gli unici animali che vivono l’esperienza del dolore e della sofferenza. In altre parole, non c’è una linea netta tra l’animale uomo e il resto del regno animale. È una linea indistinta e lo sarà sempre.”
Il privilegio esclusivo di provare sentimenti ed emozioni che l’essere umano si arroga, ponendosi sulla cima di una vertiginosa scala gerarchica, non è altro che un grande sbaglio. “Un giovane scimpanzé, dopo la morte della sua mamma, mostra un comportamento simile alla depressione che affligge i bambini – postura incurvata, dondolio, occhi offuscati fissi nel vuoto, perdita di interesse per quanto accade attorno a sé. Se un piccolo d’uomo può soffrire di dolore, così può soffrire un giovane scimpanzé.”
A contraddistinguere Goodall è il suo sguardo mobile, leggero, in grado di cogliere al contempo l’istanza scientifica e la meraviglia dinanzi all’oggetto di studio, che non viene mai antropomorfizzato ma neanche posto a fredda distanza. Permettere che la dimensione umana della meraviglia coesista con la dimensione scientifica implica che si possa rimanere coinvolti, e il coinvolgimento è la radice da cui possono crescere interesse, consapevolezza e conoscenza.
Non è un caso che Rachel Carson, una delle prime menti del movimento ambientalista, ci esorti proprio a mettere da parte un approccio unicamente razionale a favore di uno che possa tener conto della parte emozionale, e ci avverta: “Suscitare emozioni, perché le fondamenta dell’apprendimento stanno in ciò che amiamo”.

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La possibilità di tenere alto il senso di meraviglia non solo è la radice della scoperta scientifica, ma è soprattutto il sostegno quotidiano ad una azione attiva di speranza, indispensabile nel panorama contemporaneo. La meraviglia spalanca in noi spazi di nuovo stupore e lo spazio implica per definizione una distanza, distanza che permette una dimensione di oggettività e a sgombrare il campo da illusioni animiste e antropocentriche. Questo è il punto di partenza per la creazione di una nuova etica della conoscenza e di una rinnovata “alleanza” con la natura che si basi su posizioni anti-antropocentriche.
Ecco, in definitiva, il messaggio che ci ha voluto affidare Jane Goodall.
Nel logo del Jane Goodall Institute al profilo di Jane e alla sagoma di uno scimpanzé si affiancano un albero, un cane e un bimbo che tiene tra le mani un mazzolino di fiori, a simboleggiare l'unione indissolubile di ambiente e organismi viventi, di cui prendersi cura in modo integrale. Anche noi, esseri umani, ne siamo parte.
Quale potrebbe essere la protezione di cui, al pari dell’ambiente, abbiamo bisogno? Forse la speranza, un tratto di sopravvivenza innato in noi, ma da incoraggiare e coltivare affinché possa mettere radici, così da sostenerci anche nell'incertezza.
Sapersi fragili, provvisori e marginali può trasformarsi in una occasione etica.
Caterina Capanna e Giada Quaglia



