Il 23 ottobre, l’ONU ha approvato l’avvio dei negoziati per un nuovo Protocollo internazionale contro i crimini ambientali. L’accordo mira a contrastare il traffico illegale di fauna e flora selvatiche, l’estrazione mineraria illegale e il traffico illecito di rifiuti. L’obiettivo è rafforzare la cooperazione tra gli Stati e combattere le reti criminali che minacciano la biodiversità e le comunità locali. Una bozza del Protocollo sarà presentata agli Stati nel 2028.
Il 23 ottobre, i governi riuniti presso le Nazioni Unite hanno votato a favore dell’avvio dei negoziati per un nuovo accordo internazionale volto a contrastare i reati che danneggiano l’ambiente, in particolare il traffico illegale di fauna e flora selvatiche, compresi il legname e i prodotti derivati, l’estrazione mineraria illegale e il traffico illecito di minerali e metalli preziosi, nonché il traffico illecito di rifiuti.
Questo quarto Protocollo alla Convenzione delle Nazioni Unite contro il crimine organizzato transnazionale rappresenterebbe un importante passo avanti verso il rafforzamento della cooperazione internazionale nella lotta contro le reti criminali che traggono profitto dalla distruzione dell’ambiente.
La risoluzione, presentata dal Brasile e sostenuta da una coalizione di Stati, è stata adottata con 83 voti a favore, 12 contrari e 27 astensioni durante la 13ª Conferenza delle Parti della Convenzione delle Nazioni Unite contro la criminalità organizzata transnazionale (UNTOC). Per l’adozione della risoluzione era necessaria una maggioranza di due terzi degli Stati presenti e votanti, e la maggioranza dell’87,37% raggiunta testimonia la crescente volontà politica di intervenire.
La decisione rappresenta una svolta significativa per la tutela della fauna selvatica, degli ecosistemi e delle comunità minacciate dalle reti criminali organizzate ed è il risultato di anni di intenso impegno da parte di governi, organizzazioni ambientaliste, Popoli Indigeni e società civile.
Un quarto Protocollo alla Convenzione UNTOC?
La Convenzione delle Nazioni Unite contro la criminalità organizzata transnazionale (UNTOC) è stata adottata dall’Assemblea Generale delle Nazioni Unite nel 2000 ed è entrata in vigore nel 2003. Con 195 Stati Parte, è uno dei trattati internazionali che godono del più ampio sostegno a livello mondiale e mira a rafforzare la cooperazione tra i Paesi per prevenire e contrastare le forme gravi di criminalità organizzata.
La Convenzione è integrata da tre accordi aggiuntivi, noti come Protocolli di Palermo, che riguardano la tratta di esseri umani (in particolare donne e bambini), il traffico di migranti e la fabbricazione e il traffico illegale di armi da fuoco.
Questi Protocolli si basano sul quadro giuridico già previsto dalla Convenzione e aiutano i Paesi a rafforzare le proprie legislazioni nazionali e a cooperare per prevenire, indagare e perseguire le attività criminali transfrontaliere.
Ora i governi hanno concordato di avviare i negoziati per un quarto Protocollo, questa volta dedicato ai crimini a danno dell’ambiente.
Perché è così importante?
I crimini ambientali non rappresentano soltanto un problema di conservazione della natura. Le reti criminali coinvolte nel traffico illegale di fauna selvatica, nel disboscamento illegale, nell’estrazione mineraria illegale e nel traffico di rifiuti operano oltre i confini nazionali, sfruttano le lacune delle legislazioni nazionali e spesso ricorrono alla corruzione e al riciclaggio di denaro.
Ad esempio, i criminali possono falsificare documenti, far apparire come legale il commercio di animali selvatici catturati illegalmente oppure riciclare i profitti delle proprie attività attraverso imprese apparentemente legittime.
Sebbene gli accordi internazionali esistenti, come la Convenzione sul commercio internazionale delle specie di fauna e flora selvatiche minacciate di estinzione (CITES), offrano importanti strumenti di protezione, permangono lacune nelle modalità con cui i Paesi indagano, perseguono e sanzionano questi reati.
Ad esempio, l’attuale quadro normativo della Convenzione UNTOC consente generalmente la cooperazione internazionale nel contrasto ai reati gravi della criminalità organizzata transnazionale, ma non tutti i reati ambientali previsti dalle legislazioni nazionali soddisfano la soglia di gravità richiesta dalla Convenzione.
Un Protocollo specificamente dedicato ai crimini ambientali potrebbe contribuire a colmare queste e altre lacune, rafforzando le legislazioni nazionali, migliorando le indagini internazionali e fornendo alle autorità strumenti più efficaci per contrastare e smantellare le reti criminali.
Quali potrebbero essere le conseguenze per la fauna selvatica e le persone?
Per le specie minacciate, tra cui gli scimpanzé e le altre grandi scimmie antropomorfe, una maggiore cooperazione internazionale è particolarmente importante.

Photo by Fitzpatrick Bill, USFWS on Pixnio
I trafficanti di fauna selvatica operano spesso in più Paesi, trasferendo animali catturati illegalmente attraverso complesse reti criminali. Queste attività minacciano le popolazioni selvatiche, provocano enormi sofferenze ai singoli animali e compromettono gli sforzi per proteggere la biodiversità.
In un documento pubblicato nel giugno 2026, il Gruppo di specialisti sui crimini a danno dell’ambiente della Commissione mondiale sul diritto ambientale dell’Unione Internazionale per la Conservazione della Natura (IUCN), di cui JGI è partner, ha evidenziato diversi modi in cui un nuovo Protocollo potrebbe rafforzare la risposta internazionale.
Tra questi figurano meccanismi più efficaci per recuperare i proventi dei crimini ambientali, la possibilità di chiamare le imprese a rispondere del proprio coinvolgimento in tali attività e la potenziale introduzione di disposizioni che rendano penalmente perseguibile l’importazione di fauna selvatica o risorse naturali ottenute illegalmente in un altro Stato.
È importante sottolineare che i crimini ambientali hanno conseguenze devastanti anche sulle persone. I Popoli Indigeni, le comunità locali, i ranger e i difensori dell’ambiente sono esposti a minacce che mettono a rischio i loro mezzi di sussistenza, la loro sicurezza e il loro benessere mentre si impegnano per proteggere la natura.
Leggi più rigorose potrebbero contribuire a proteggere coloro che si trovano in prima linea nella difesa dell’ambiente, impedendo al tempo stesso alle reti criminali di continuare a trarre profitto dalla distruzione della natura.
Quali saranno i prossimi passi?
Sebbene questa decisione rappresenti un traguardo importante, il lavoro è solo all’inizio.
Un comitato appositamente istituito avvierà ora i negoziati sul Protocollo proposto, con l’obiettivo di presentare una bozza di accordo da sottoporre all’esame degli Stati nel 2028.
Accogliamo con favore questo passo storico e riconosciamo il contributo dei numerosi governi, organizzazioni e singoli individui che, attraverso anni di impegno e attività di sensibilizzazione, hanno contribuito a rendere possibile questo risultato.
Al Jane Goodall Institute sappiamo che la protezione della fauna selvatica richiede una cooperazione a tutti i livelli: dalle comunità che si impegnano concretamente sul territorio per tutelare gli animali e i loro habitat, fino agli accordi internazionali volti a contrastare le reti criminali che li minacciano.
Questa decisione storica accende nuove speranze per una risposta globale più forte ed efficace contro i crimini ambientali. Ora dobbiamo trasformare questa speranza in azioni concrete a favore della fauna selvatica, delle persone e del pianeta che condividiamo.
Desideriamo esprimere il nostro riconoscimento a tutte le persone, gli Stati e le organizzazioni che hanno lavorato instancabilmente per raggiungere questo risultato, compresi i nostri colleghi della Wildlife Conservation Society, della Wildlife Justice Commission, della Born Free Foundation e della Global Initiative to End Wildlife Crime.



